Tra tante storie tratte dalla mitologia a Palazzo Te troviamo anche episodi biblici come la storia di Davide. Nell’immagine di copertina vediamo Davide che sta per decapitare Golia che si tiene la fronte dopo essere stato colpito dalla pietra scagliata dal frombolo del giovane pastore.
Tra i santi e le ricorrenze di questo mese legate alla Diocesi ma non solo ricordo:
22 settembre San Maurizio 26 settembre Santi Cosma e Damiano 29 settembre Santi Arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele
Durante il Festivaletteratura ma fuori dal Festivaletteratura, una passeggiata disordinata e circolare con Giacomo Cecchin che parte dal negozio MAPPAMONDO di corso Umberto I e finisce al negozio MAPPAMONDO sempre in corso Umberto I a Mantova.
Ecco i dettagli
Mantova è un Mappamondo Giovedì 10 settembre – h 18:00
Una passeggiata nel centro storico con Giacomo Cecchin, storico e divulgatore culturale, tra nomi, storie e connessioni che legano questa città al resto del mondo. Una sorta di cammino urbano in 10 tappe per riscoprire Mantova.
Ritrovo h. 17:45 in C.so Umberto I, 34 – A seguire, rientro in negozio e aperitivo.
MAPPAMONDO – LA BOTTEGA DEL COMMERCIO – EQUO E SOLIDALE – ON EARTH
Mantua Is a Map of the World
A walk through Mantua’s historic centre becomes a journey across the world. Together with Giacomo Cecchin, historian and cultural communicator, participants will discover names, stories, curiosities and unexpected connections linking the city to distant places and cultures. An invitation to look at familiar streets with fresh eyes and discover how much of the world can be found within Mantua.
Mantoue est une mappemonde
Une promenade dans le centre historique de Mantoue se transforme en véritable voyage autour du monde. Avec Giacomo Cecchin, historien et médiateur culturel, les participants découvriront des noms, des histoires, des curiosités et des liens inattendus qui relient la ville à des lieux et des cultures lointaines. Une invitation à regarder les rues familières d’un œil nouveau et à découvrir combien de monde se cache au cœur de Mantoue.
Ci sono viaggi che si fanno con le scarpe. Altri si fanno con le orecchie.
La Vie en road ideato e condotto da Andrea Piazza è il podcast di Mikroradio dedicato al mondo dei cammini.
Ogni puntata parte da un cammino, una strada storica, un itinerario spirituale o civile. Ma non si limita a dire quanti chilometri sono, dove si parte, dove si arriva e che cosa bisogna mettere nello zaino.
Il podcast prova a fare qualcosa di più interessante: raccontare che cosa succede quando un territorio viene attraversato lentamente.
Perché un cammino non è mai soltanto una linea su una mappa. È un insieme di paesi, santuari, ponti, pievi, boschi, reliquie, battaglie, leggende, cibi, dialetti, incontri e storie che riemergono passo dopo passo.
Dove ascoltare il podcast
Il podcast si può ascoltare dalla pagina ufficiale di Mikroradio:
La trasmissione è dedicata ai cammini e accompagna gli ascoltatori tra itinerari, ospiti, consigli, musica e approfondimenti culturali.
Andrea Piazza: la radio accesa lungo il cammino
A condurre La Vie en road è Andrea Piazza.
La sua è una passione nata dall’incontro tra radio, trekking e cammini. Non una radio da studio chiuso, ma una radio che ha bisogno di aria, strada e scarpe sporche.
Andrea porta nel podcast il punto di vista di chi ama mettersi in viaggio davvero: preparare lo zaino, scegliere una traccia, misurare le energie, ascoltare chi ha già camminato prima di noi.
Il risultato è una trasmissione che parla a chi cammina, ma anche a chi vorrebbe iniziare; a chi conosce già i grandi itinerari e a chi, invece, scopre che dietro un nome come Via Vandelli, Via Francigena, Cammino di San Benedetto o Sentiero Italia c’è un mondo intero da attraversare.
Ci sono libri che non entrano nella nostra vita come “grandi libri”.
Non hanno copertine memorabili, non stanno nelle vetrine delle librerie, non ricevono premi, non diventano oggetti da collezione. Entrano in casa in silenzio, magari attraverso un ente pubblico, una biblioteca, un ufficio turistico, una fiera, un regalo.
Poi, però, restano.
Per me uno di questi libri è “Mantova, Passeggiando per i 70 comuni alla scoperta di fiumi, laghi, canali, borghi, corti, pievi e campanili dell’antica terra di Virgilio e dei Gonzaga”.
Titolo lunghissimo, quasi una pedalata.
Era un volumetto di 144 pagine, pubblicato nel 1984 dall’Amministrazione Provinciale di Mantova e dall’Ente Provinciale per il Turismo, stampato da Publi Paolini. In quarta di copertina c’era anche la sponsorizzazione Gubela. Nella mia copia, a renderlo davvero mio, avevo applicato un adesivo con scritto CECCHIN, realizzato da mio padre.
Lo stesso tipo di adesivo che avevo anche sulla bicicletta.
E infatti quel libro, per me, è legato alla bicicletta.
Avevo sedici anni e lo usai come una guida per scoprire la provincia insieme a un amico. Non era ancora il tempo delle app, dei navigatori, delle tracce GPX, dei percorsi cicloturistici perfettamente confezionati. C’erano le cartine, i nomi dei paesi, le strade provinciali, un po’ di incoscienza e quella sensazione bellissima di andare lontano anche restando dentro i confini di casa.
La provincia come avventura
A sedici anni la provincia non è una categoria amministrativa.
È un’avventura.
Partire da Castellucchio, prendere la bici e andare a vedere un altro comune mantovano significava già uscire dal proprio mondo. Alcuni paesi sembravano vicinissimi sulla carta, ma lontanissimi nella percezione.
Ricordo ancora lo sconforto ironico nello scoprire che abitavo nel Medio Mantovano. Avrei preferito distinguermi nell’Alto o nel Basso. Invece niente: medio. Una parola che suona già come un compromesso geografico.
Poi però il libro spiegava che Castellucchio aveva “un impianto territoriale molto articolato per la presenza di frazioni con una loro storia”. E allora anche quel “medio” diventava interessante. Perché dietro ogni comune, anche il più apparentemente normale, c’erano frazioni, corti, pievi, canali, campanili, storie minori.
Era questo il bello del volume di Renzo Dall’Ara: non trattava la provincia come periferia della città. La trattava come un territorio da attraversare e da capire.
Giulio Romano non arriva a Mantova con il piccone.
Arriva con un mestiere molto più difficile: la capacità di guardare quello che esiste già e capire che cosa potrebbe diventare.
Demolire, in fondo, è un gesto semplice. Drastico, rumoroso, qualche volta necessario, ma semplice. Si cancella una cosa e se ne costruisce un’altra. Trasformare invece richiede più attenzione. Bisogna capire dove mettere le mani, quali vincoli rispettare, quali regole forzare, quali parti lasciare in ombra e quali, invece, portare finalmente alla luce.
Giulio Romano fa esattamente questo. Non cancella Mantova e non prova a rifarla a immagine di Roma, che pure era stata la sua grande scuola. Preferisce lavorare su quello che trova: una città di corte, d’acqua e di potere, già ricca di memoria, ma desiderosa di assumere un volto nuovo.
Per questo il termine “maquillage” può essere utile, se non lo intendiamo come una cosa leggera o superficiale. Non si tratta di mettere un po’ di trucco sulle rughe della città. Giulio interviene sull’immagine profonda di Mantova, sul modo in cui la corte gonzaghesca vuole presentarsi, sulla capacità degli edifici e delle stanze di diventare racconto politico.
A Mantova non fa semplicemente il pittore ma il regista. Diventa, poco alla volta, l’uomo che aiuta la città a immaginarsi diversa.
Un moderno che non ha bisogno delle macerie
Quando diciamo “moderno” pensiamo spesso a una rottura. Prima c’è il vecchio, poi arriva il nuovo e spazza via tutto, possibilmente con una certa soddisfazione. È una tentazione molto diffusa anche oggi, quando basta cambiare un logo, una facciata o il nome di un ufficio per sentirsi già proiettati nel futuro. A volte funziona; più spesso il futuro, dopo qualche settimana, assomiglia moltissimo al passato, solo con un carattere tipografico diverso.
Noi mantovani abbiamo spesso un’idea molto precisa della città: Mantova è sempre stata così.
Piazza Erbe è sempre stata Piazza Erbe. La Rotonda di San Lorenzo è sempre stata lì. La Torre dell’Orologio è sempre stata davanti a noi. Il profilo della città è quello e non può cambiare.
È un’illusione comprensibile. Le città storiche sembrano immobili perché cambiano lentamente. Ma cambiano. Eccome se cambiano.
A volte cambiano aggiungendo qualcosa. A volte togliendo. A volte nascondendo. A volte facendo riapparire ciò che sembrava perduto.
Mantova è piena di luoghi che funzionano così: li guardiamo come se fossero eterni, ma in realtà sono il risultato di apparizioni, sparizioni, demolizioni, restauri, dimenticanze e riscoperte.
Partiamo ad esempio alla Rotonda di San Lorenzo.
Oggi la vediamo tutti, in Piazza Erbe. Ma non è sempre stato così.
Per secoli c’è chi l’ha vista. C’è chi non poteva ancora vederla. C’è chi l’ha vista senza sapere che un giorno sarebbe scomparsa. C’è chi le è passato accanto senza accorgersi che era nascosta dentro altre case. E poi ci siamo noi, che la vediamo ogni giorno e rischiamo di non guardarla più.
Ci sono città che si visitano guardando i monumenti. Altre si capiscono meglio leggendo le parole di chi le ha attraversate.
Mantova appartiene a entrambe le categorie.
È città d’acqua, di palazzi, di piazze, di torri, di cortili e di chiese. Ma è anche una città piena di voci: poeti nati qui, scrittori passati di qui, viaggiatori più o meno benevoli, autori che l’hanno trasformata in luogo letterario, personaggi che l’hanno resa scenario, rifugio, esilio, farmacia, memoria.
Una passeggiata letteraria serve proprio a questo: non soltanto a spostarsi da un luogo all’altro, ma a cambiare modo di guardare.
Non è una visita guidata tradizionale. È una guida nello sguardo.
Le guide letterarie, da Giampaolo Dossena a Maurer e Maurer, hanno insegnato che un luogo può essere letto come una pagina: ci sono frasi da ritrovare, personaggi da evocare, citazioni da verificare, errori da perdonare e dettagli da far parlare. Il post originale di Mantovastoria su Robert Byron ricordava proprio alcuni testi di riferimento per una Mantova letteraria: I luoghi letterari di Giampaolo Dossena, la Guida letteraria dell’Italia di Maurer e Maurer e anche il Fai da te di Dossena, che contiene una passeggiata sulle tracce del Baldus di Teofilo Folengo.
E allora partiamo.
Non dal centro, ma da un ingresso.
Il Ponte dei Mulini: Robert Byron entra in città
Il punto di partenza è il Ponte dei Mulini.
Qui entra in scena Robert Byron, scrittore e viaggiatore inglese, autore di Europe in the Looking Glass, tradotto in italiano come L’Europa vista dal parabrezza.
Nel 1925 Byron arriva a Mantova in automobile. L’ingresso non è proprio poetico nel senso da cartolina. È caotico, rumoroso, quasi animalesco. Byron descrive un “ponte coperto stretto e buio” dove regna una confusione indescrivibile, tra carretti e mandrie spaventate. Quel ponte era il Ponte dei Mulini, poi bombardato durante la Seconda guerra mondiale e mai più ricostruito nella sua forma originaria.
C’è anche una svista irresistibile: Byron scrive di aver attraversato il Po entrando a Mantova, ma naturalmente si trattava del Mincio. Anche i grandi viaggiatori, ogni tanto, sbagliano fiume.
È un inizio perfetto: Mantova appare non come città immobile e silenziosa, ma come luogo vivo, trafficato, rumoroso, confuso. Una città che si conquista entrando, inciampando, osservando male e poi correggendo lo sguardo.
Durante Festivaletteratura Mantova cambia volto, ma i mantovani restano fedeli alle proprie abitudini. Tra biciclette lanciate nella folla, necrologi letti al bar, lamentele sui parcheggi e antiche ferite mai dimenticate, ecco cinque mosse ironiche per confondersi tra i nativi e vivere il Festival con autentico spirito mantovano.
Provate a leggere e a verificare se siete anche voi mantovani dentro oppure no.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Agosto 2026/Settembre 2026
COME SEMBRARE MANTOVANO DURANTE IL FESTIVALETTERATURA
Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi proponiamo cinque semplici mosse da mettere in pratica
DI GIACOMO CECCHIN
A settembre Mantova entrerà nel pieno della trentesima edizione di Festivaletteratura. Per cinque giorni il centro storico cambierà volto: le piazze si riempiranno di incontri, i cortili dei palazzi accoglieranno scrittori e lettori e persino le code sembreranno accettabili.
Gli autori ospiti, gli editori, i volontari e soprattutto i lettori non mantovani si riconoscono facilmente. Passeggiano per il centro con il programma stretto tra le mani, lo sguardo sognante e una certa apprensione per l’evento successivo.
È quasi impossibile scambiarli per abitanti del posto. Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi e non essere immediatamente identificato come forestiero, proponiamo dunque cinque semplici mosse da mettere in pratica.
Il suggerimento è di sperimentarne almeno una al giorno, così da arrivare preparati alla prossima edizione.
Giulio Romano non è soltanto un nome da incontrare nei manuali di storia dell’arte o nelle sale di Palazzo Te.
È un personaggio da seguire a episodi.
Prima c’è Roma, con la bottega di Raffaello, i grandi cantieri papali, l’ambizione di chi impara presto che l’arte non è mai solo talento, ma anche lavoro, relazioni, incarichi, reputazione.
Poi c’è la competizione, quella vera, con il mondo di Michelangelo, con Sebastiano del Piombo, con una Roma dove ogni parete importante è anche una conquista.